La Storia dell’Opera dei Pupi

5 Dic

La Storia dell’Opera dei Pupi

Pupi (dal latino pupus, i, che significa bambinello) sono le marionette armate del teatro epico popolare che, i cui natali probabilmente sono dalla Spagna di Don Chisciotte, passando per tutta l’italia e dalla prima metà dell’Ottocento, in Sicilia, dove avrebbe raggiunto il suo massimo sviluppo.
I pupi sono espressione di quello spirito epico, eroico e cavalleresco, che dalla Chanson de geste medievale ai grandi poemi del Boiardo e dell’Ariosto, a tutta una tradizione letteraria, musicale, figurativa, e in particolare teatrale popolare, segna lo sviluppo di un’educazione sentimentale e di una visione etica e poetica del mondo.
Con i pupi possiamo aprirci un varco verso quella libertà che si può conseguire nella recita a soggetto, e affrontare il pathos dell’esistenza in un catartico gioco di arte e di poesia.
Il pupo è animato dall’alto, ma, al posto dei fili, ha per muovere la testa e il braccio destro due sottili aste di metallo. I pupi portano in scena l’epica dall’Iliade e dalla Bibbia alla Chanson de Roland e ai romanzi dell’epopea cavalleresca. Si ritiene che l’epopea carolingia sia arrivata in Sicilia con i Normanni, nel sec. XII. Che essa sia stata fatta propria dalla gente fin da allora o che sia diventata epopea popolare successivamente, poco importa; è certo che ha trovato in Sicilia uno straordinario favore per cui si è conservata fin ai giorni nostri.
All’inizio furono soprattutto i cantastorie a tramandarne il ricordo. A partire dal sec.XIX il racconto popolare dell’epica cavalleresca franco normanna utilizzò il pupo già conosciuto rivestendolo di foggie che si rifacevano alla iconografia cinquecentesca. Gli eroi paladini, rappresentati nel teatro dei pupi, unitamente alla esalazione dei valori morali di cui sono campioni, mettono in risalto il confronto tra la civiltà europea ed islamica, del cui urto la Sicilia è stata teatro: per questi valori i paladini lottano e muoiono, rimanendo cosi nella cultura popolare tra il mito e la storia vera.
Ogni singola rappresentazione veniva preannunciata da un cartello con la scena principale della serata e con una sintetica descrizione del programma. Il commento musicale, quando c’era, era affidato a musicanti di mestiere (generalmente un violino, un mandolino, una chitarra) che, su indicazione estemporanea del parlatore, eseguivano brani in voga, veloci o lenti, a seconda dell’azione scenica.

Chi sono i Pupari

I pupi non hanno fili come le marionette. Con le aste i pupari li muovono sullo sfondo di scenari ingenui e colorati. Li muovono al ritmo degli scudi e delle spade. Ma i pupi non sono marionette. La parola ha anche questo significato amaro.
I pupari che dietro i fondali li muovono, i pupari “di l’opera de’ pupi” hanno per i pupi il rispetto che ogni pupo vuole portato. Il rispetto che Ciampa, pupo strozzato dai fili, chiede per sé. Forse invano. Questi pupari non soffocano i pupi. Questi pupari animano i pupi. Danno voce e sentimento alle loro “bambole” coperte di armature improbabili. In un tempo in cui le bambole non gracidavano suoni in falsetto, così i bambini davano voce e sentimento ai pupi regalati dai morti.
I pupari raccontano le loro storie improvvisando e recitando. Raccontano come si raccontava una volta, quando il narratore parlava in un cerchio di occhi sgranati e credeva anche lui nella sua favola. I pupari raccontano storie di ribelli. Raccontano la favola di quelli che si battono contro un potere prepotente e incomprensibile e in qualche modo riescono a vincere. Una favola. Una favola siciliana. E i paladini ne sono i nobili protagonisti. Nobili non perché sono conti e baroni e indossano costumi colorati e luccicanti, ma perché loro, almeno loro, non combattono per sé.
I paladini combattono per la religione, per l’amore, per la gloria, per la fedeltà. Non combattono per diventare ricchi e potenti. Forse per questo oggi la loro favola appare una rivisitazione nostalgica di un passato teatrale, incerto tra folklore e cultura. Ma il teatro dei pupi è ancora teatro. E in esso gli attori si confondono con i personaggi proprio perché non ne indossano i panni e la maschera. Perché non occupano la scena e non avanzano alla ribalta.
L’opera dei pupi è ancora teatro. I pupari veri sono ancora gente di teatro. Sono gli eredi e i continuatori di una grande avventura. Un’avventura artistica affascinante. Un’avventura scandita dal ritmo delle generazioni. Da generazioni, infatti, creano un linguaggio teatrale, fatto di parole, di movimenti, di immagini, di suoni. E sono autori e attori, scenografi e costumisti, tecnici delle luci e musicisti, impresari e macchinisti. E sono protagonisti di uno spettacolo che nasce con spontanea immediatezza dal contatto con un pubblico partecipe e, insieme è frutto di un grande impegno professionale.

ByPietro Zizzo

Consulente Comunicazione & Web presso vari Enti Pubblici e Privati Locali e Nazionali (Team Spa, FIDS “Federazione Italiana Danza Sportiva”). Responsabile Web dell'Associazione Nazionale "La Città che Vorrei"